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Thurpos - Carrasecare Oroteddesu 1979 - PARTE PRIMA

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Published on May 31, 2008

Questo filmato contiene delle preziosissime immagini del febbraio 1979, quando i Thurpos, la maschera orotellese, uscì per la prima volta dopo una lunghissima pausa di oltre trent'anni. A riscoprire la maschera nel 1978/79, riesumandone gli antichi abiti e gli arcaici riti propiziatori, si dedicò una insegnante orotellese con i suoi alunni, la signora Giovannina Pala Sirca che, intervistando i più anziani del paese riuscì a ricostruire uno dei più importanti carnevali della Sardegna. La ricerca interessò anche l'illustre etnologo prof. Raffaello Marchi. Egli, che per anni aveva setacciato i paesi del nuorese alla ricerca delle maschere antiche, si meravigliò del fatto che gli fosse sfuggito tale carnevale che ritenne subito molto interessante e molto antico. Marchi definì i "Thurpos" di Orotelli ""una delle più importanti maschere della tradizione contadina"".
Chi li impersona indossa "su gabbanu" un lungo cappotto di orbace nero con il cappuccio calato sugli occhi, i pantaloni "a s'isporta" ovvero da cavallerizzo, con il gilet e la giacca di velluto (su corpette e sa zacca), i gambali e gli scarponi da campagna neri in pelle con "sas bullittas", dei grossi chiodi posti sotto la suola per non consumare il fondo.
A tracolla portano una cinta spessa (s'utturada) in pelle con i campanacci. Caratteristica particolare è "sa cara thinthieddada", ossia la faccia annerita dalla fuliggine di sughero bruciato, quale rito per cacciare gli spiriti maligni.
Sos Thurpos escono a tre a tre; due davanti che rappresentano i buoi e uno di dietro che impersona il contadino. Evidenziando bene il significato di ambivalenza della figura bue-contadino. Mentre, ad esempio, in altre maschere tradizionali della Sardegna si manifesta la violenza della sopraffazione del forte sul debole, o del vincitore sul vinto.
La simbologia rituale dei Thurpos fra "su massaju" che produce e "sos boes" intesi come mezzo di produzione, esprime l'interconnessione e l'indissolubilità del rapporto fra il contadino e i buoi, ampiamente raffigurata dai "sos reinacros", ossia le funi che legano il contadino al giogo dei buoi.
La loro teatralità tragica nasce dai moduli di un antichissimo rituale dionisiaco di propiziazione. Sia i thurpos buoi che il thurpu contadino "su voinarzu" indossano la stessa tragica e spaventosa maschera. E' un esempio di totale identificazione dell'uomo contadino con il bue, con l'animale domestico col quale lavora i campi, assieme gioiscono e patiscono le stesse soddisfazioni e sofferenze della fatica del lavoro e della vita.
Il rituale è rappresentato da "sa tenta", la cattura. Viene catturato "s'iscaratzadu" ovvero una persona senza maschera (che dovrebbe rappresentare la buona annata "s'annada 'ona") e costretta a fare con i thurpos alcuni salti in verticale come gli animali impastoiati (tropeidos), il malcapitato reagisce ma alla fine invita i thurpos a "su tzilleri" ossia alla bettola a bere vino.
Il primo giorno di Quaresima ad Orotelli si svolge la pentolaccia e sono, invece, i thurpos che invitano tutti i presenti, (che dovrebbero rappresentare gli elementi della natura, da accattivarsi con un gesto di gentilezza) mescendo il vino dalle borracce: è questo il segno che c'è stata una buona annata "s'incunza", e quindi un buon raccolto. Ed è questo il risultato importante delle fatiche e delle speranze.

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