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Eluana Englaro, una vita spenta per sentenza ingiusta

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Pubblicato il 19 nov 2008

Quattro giuristi spiegano gli incredibili errori del caso.

L'assegnazione del ricorso della Procura Generale di Milano contro la decisione della Corte d'Appello che autorizzava l'interruzione della nutrizione e idratazione per Eluana Englaro alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione era un'opportunità: veniva scelto per la decisione un giudice "superiore" a quello che aveva accolto il ricorso di Beppino Englaro, un giudice che avrebbe avuto l'autorità morale e giuridica di annullare quel provvedimento e riportare la giustizia italiana sulla strada del rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, primo fra tutti il diritto alla vita.

Certo: occorreva coraggio, per andare contro al conformismo imperante che, attorno al padre di Eluana, ne invocava la morte; era necessario uno strappo procedurale, per tornare a valutare il merito della vicenda e non solo il tema dell'ammissibilità o meno del ricorso.
Vi sarebbe stato un Giudice che avrebbe affermato: "non possiamo condannare a morte una giovane donna innocente?"
Non c'era.


Vi erano piuttosto giudici che discettavano sulla possibilità per il Pubblico Ministero di proporre impugnazione: e osservavano che la questione della morte procurata di Eluana non è una questione di "status e di capacità delle persone" (lo ha sostenuto la difesa di Beppino Englaro, sostenendo, in pratica, che se si trattava di interdire la figlia - come era avvenuto in precedenza - il P.M. avrebbe potuto dire la sua, ma se si trattava di ucciderla no ...) e che comunque - suprema distinzione! - il Pubblico Ministero avrebbe potuto intervenire in giudizio ma non impugnare la sentenza! La questione della morte procurata di una disabile non è di interesse pubblico, riguarda solo le persone coinvolte!

L'ultima parola è stata detta, la procedura è stata rispettata, le carte sono in ordine.

Ora la vita di Eluana può essere spenta.

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