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Nessuno può servire a due padroni: Dio e il denaro - XXV Domenica del T.O.

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Published on Sep 19, 2019

Una nuova lezione per educare i suoi discepoli: il loro rapporto col denaro. Mai più attuale che in questo tempo di crisi economica mondiale.
Il denaro snatura i rapporti umani fino alla famiglia. La questione di una eredità può distruggere l’armonia di fratelli e sorelle. Niente di più temibile degli effetti del denaro sulle coscienze e sulla vita della società. “Là dov’è il tuo tesoro è il tuo cuore”. Bisogna scegliere e il passaggio ci porta a concludere senza indugi “Non si può servire a due padroni”.
Però bisogna servirsene. Che uso si augura Gesù per i suoi discepoli? Assai furbi come figli della luce ma non maligni come quelli delle tenebre.

I denari non sono cattivi. La busta paga di un operaio è sacra. L’economia capitalista, divenuta folle per i grandi profitti di qualcuno a scapito dei singoli e degli stati fa vivere il dramma del trasferimento del denaro, frutto del lavoro, in ricchezza virtuale. La sua perversità è così grande da non vergognarsi. Non si può più vivere
con le malefatte del denaro che è diventato re. “Il vitello d’oro è sempre in piedi e se ne adora la sua potenza”: In questo senso Gesù ci dice giustamente che non si può servire a due padroni: il denaro, nel senso dell’economia, è un vero padrone.
Nel vangelo di Luca Gesù ci da due possibili lezioni sull’uso del denaro e dell’accecamento che provoca.
Le imprecazioni del profeta Amos contenute nella Prima lettura di questa domenica sono eloquenti circa il pensiero di Gesù: “Quando voi calpestate il povero e sterminate gli umili del paese. Il Signore lo giura, non lo dimenticherà”.
E’ facile fare l’attualizzazione alla situazione del XXI secolo.
L’uso del denaro è tutto pervertito?
La prima parabola ci mostra tutte le manomissioni a cui può essere sottoposto il denaro: stringere rapporti sotto tavolo, compromessi nell’ombra ecc. Perché non rendere tutto chiaro e usare le strategie furbe per togliere gli uomini dalla miseria? “I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce”.

Ma aldilà della coscienza morale personale da illuminare. il rigetto di certi gruppi di uomini possono essere più distruttrici per le masse umane. Alle porte della nostra società “dell’emisfero nord” gridano gli emigrati che vanno e vengono sulla terra. Fuggono dal loro paese per la guerra, la fame e sono rifiutati dai paesi privilegiati. Per la paura dell’incapacità di gestire un problema planetario i paesi ricchi chiudono le frontiere. La reazione dei cristiani è diversa: alcuni si scandalizzano di queste chiusure altri accettano e fanno il possibile per l’accoglienza. E’ una goccia d’acqua nell’oceano dell’emigrazione ma è grido contro lo scandalo di tanta disumanità.
L’accoglienza di coloro che gridano alle nostre porte richiama la responsabilità sulle cause che aprono la strada dell’esilio. Aprire gli occhi e cercare come fare senza mai addormentarsi nella fatalità e nell’impotenza. Spesso bisogna inventare misure di urgenza senza dimenticare le necessità di lungo termine.
La trasformazione dello sguardo del discepolo è lontano da semplificare l’azione. Ci mette al cuore delle nostre responsabilità di uomini associati a Cristo di salvare, come lo ripeteva Paolo VI alla fine del Concilio, “Tutto l’uomo. Tutti gli uomini”.
Il compito è infinito ma per questo non è meno urgente: bisogna rispondere passo a passo. Abbassare le braccia è la peggiore delle tentazioni. Non è possibile fuggire dalle nostre responsabilità di discepolo nella lotta che Gesù ha iniziato contro tutto ciò che sfigura l’uomo: cooperare alla salvezza che Gesù ha offerto a tutti. “Io non sono venuto per distruggere ma per salvare”.

Niente è più senza uscita dell’accecamento che produce la ricchezza. Lo scarto insormontabile che si crea anche nel seno di Abramo. La liturgia di oggi introduce la lettura di Amos per introdurre la lettura di Lazzaro che però ci sarà proposta la prossima domenica.

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