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Brixia romana - il foro

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Published on Jan 12, 2012

Tutto incominciò con una colonna corinzia sporgente dalla sommità di una collinetta, nell'area del Foro, divenuta nel Sette e Ottocento zona verde d'evasione, per improvvisati déjeuners sur l'herbe dei cittadini che iniziavano a scoprire la villeggiatura.
Baluardo più estremo e alla luce del sole di un patrimonio storico artistico che riposava sommerso molti metri sotto terra, la colonna catalizzò nel tempo l'attenzione pubblica, sull'onda crescente di una passione per l'antico che culminò nel 1823 con la decisione di dare avvio agli scavi archeologici. Per iniziativa dell'Ateneo di Scienze, Lettere e Arti, d'intesa con il Comune, venne lanciata una sottoscrizione pubblica, con incarico al pittore Luigi Basiletti di condurre gli scavi, al fine di compilare una storia di Brescia "depurata con le regole della sana critica".
Ai lavori nel nucleo archeologico, distrutto nel corso dei secoli dalle invasioni barbariche e poi sepolto dalle frane del colle che lo delimita, parteciparono attivamente anche l'architetto Rodolfo Vantini e l'archeologo Giovanni Labus. Nel 1825 venne riportato alla luce il pronao del Tempio Capitolino, l'anno successivo fu segnato dalla clamorosa scoperta di un'intercapedine che proteggeva il tesoro di bronzi antichi, fra cui la Vittoria Alata e le teste degli imperatori, oggi esposte a Santa Giulia.
Progressivamente riemersero il teatro, la basilica, i resti del Foro che restituirono il centro storico cittadino quale doveva essere nella Brixia romana.
Le tre celle del Tempio, dedicate alla triade capitolina Giove, Giunone e Minerva, vennero ricostruite in stile neoclassico dal Vantini, per adibirvi, nel 1830, il Museo Patrio: l'idea lungimirante che animava le ricerche, infatti, era quella di accompagnare alla riscoperta delle rovine una sistemazione ragionata del patrimonio così rinvenuto, quasi un primo germoglio di quello che, oltre un secolo e mezzo più tardi, diventerà il Museo della Città.
Un impulso non secondario lo diedero anche gli umori del tempo, in cui l'entusiasmo risorgimentale e patriottico vedeva impegnati in prima persona i notabili più in vista della città, fra cui i membri dell'Ateneo.
Le Soprintendenze ancora non esistevano (saranno create solo nel 1907) e l'attività di recupero e allestimento monumentale venne seguita da vicino dai promotori degli scavi, che per il nuovo museo raccomandarono una disposizione delle lapidi "secondo il metodo praticato nel Museo Vaticano" (Basiletti), cioè tutte incassate nel muro, e una "distribuzione scientifica combinata con la disposizione simmetrica" (Labus).
Allargando lo sguardo su più secoli, emerge come l'attenzione cittadina per il mondo antico, curiosamente, affonda le radici in epoche ben più remote, nel 1480, quando la Municipalità bresciana ordinò con decreto di conservare le pietre inscritte o lavorate via via ritrovate, stabilendo multe per la vendita e la loro manomissione. Una iniziativa che lo storico Theodor Mommsen qualifica come sine exemplo, quale importante origine, seppur embrionale, del primo museo lapidario pubblico in Italia: le iscrizioni vennero murate nelle facciate delle carceri e del Monte di Pietà in Piazza Loggia, dove sono tuttora visibili.
Gli scavi al Capitolium ripresero nel 1935, mentre nel 1939-1943 venne ricostruito il colonnato del Tempio, integrando con il cotto i frammenti originali bianchi.

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