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Le aspettative razionali e l'Euro

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Published on Nov 10, 2011

"Le aspettative razionali e l'Euro" - Su che cosa si basa la teoria delle aspettative razionali? Che cosa ha generato questa sfiducia? Risponde Armando Carcaterra (Direttore Generale Anima). Per maggiori info: http://www.animasgr.it. Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Anima-S...

D. Su che cosa si basa la teoria delle aspettative razionali?
R. L'ultimo premio Nobel per l'economia è stato assegnato a Thomas Sargent e Christopher Sims, padri della teoria delle "aspettative razionali".
La teoria delle "aspettative razionali" postula che gli agenti economici prendano decisioni sulla base di modelli che fanno un uso ottimale delle informazioni disponibili, incluse le reazioni delle autorità monetarie e fiscali. Secondo questa teoria, le politiche monetarie e fiscali non riescono mai ad influire efficacemente sulla realtà economica perchè sono sempre già perfettamente anticipate dai mercati. E l'unico caso in cui le politiche economiche hanno effetto è quando riescono a "sorprendere i mercati".
Negli ultimi anni le "sorprese" non sono certo mancate. I governi sono riusciti infatti a "stupire" sistematicamente i mercati. Purtroppo nel senso peggiore.
L'Italia ne è un esempio chiarissimo. Il differenziale (spread) tra i BTP italiani ed i Bund tedeschi ha ormai superato i 500 punti base: questa è una misura abnorme, che non ha alcun riscontro "razionale" nella situazione effettiva dei nostri conti.
Certo: il debito pubblico è molto elevato, ma non più di quanto fosse già negli scorso anni; inoltre
il saldo primario (cioè la differenza tra entrate fiscali e spese pubbliche senza interessi) era già in pareggio anche prima delle turbolenze estive. Il nostro disavanzo complessivo era infatti pari al 4,5% del Pil, ma era interamente dovuto a spese per interessi. Le manovre di luglio e agosto porteranno l'Italia ad avere entro il 2013 l'avanzo primario più ampio d'Europa. Ciò nonostante il livello dei tassi di interesse da pagare sul nostro debito è schizzato negli ultimi mesi a livelli inverosimili, per via di una variabile impalpabile, che i numeri di finanza pubblica non misurano: il crollo di fiducia sulla capacità di gestione della crisi da parte dei governi europei. Dopo mesi di ritardi ed errori, questa sfiducia non è più purtroppo un'"aspettativa irrazionale".

D. Che cosa ha generato questa sfiducia?
R. La ricetta voluta e imposta dalla Germania ai paesi deboli punta tutto sulla riduzione del debito pubblico e dei salari, con l'idea che una maggiore efficienza economica sia sufficiente a rilanciare anche la crescita in quei paesi.
Questa ricetta dimentica che occorre anche studiare misure compensative per sostenere la crescita del Pil. Con l'economia in recessione, qualunque aggiustamento del debito diventa infatti inadeguato e avvita l'economia in una spirale perversa.
Sta qui la maggiore incoerenza dell'Euro. In altri contesti - con il cambio libero di muoversi- la restrizione necessaria per ridurre l'indebitamento pubblico verrebbe infatti bilanciata dalla svalutazione del cambio e dalla conseguente ripresa delle esportazioni. L'aumento delle esportazioni compenserebbe l'iniziale caduta della domanda interna; il paese eviterebbe la recessione e l'aggiustamento del debito sarebbe credibile. Ma per i paesi dell'Euro, la valvola di sfogo del cambio non esiste più.
Per evitare una recessione distruttiva, la restrizione dei paesi "deboli" dovrebbe essere quindi compensata da una equivalente espansione nei paesi "forti". La Germania potrebbe farlo, però con il suo surplus di 150 miliardi nei confronti di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, pari al 5% del suo Pil. Sarebbe quindi necessario un trasferimento annuo del 5% del Pil tedesco ai paesi in difficoltà per rendere efficaci le loro politiche di drastico aggiustamento del debito intraprese. Con il cambio fisso, la credibilità dell'Europa può essere ristabilita solo con un'espansione fiscale della domanda interna in Germania del 5% del Pil, cioè 150 miliardi di euro. Meno di 1/10° di quanto costerebbe un default di Italia e Spagna.
Questo è esattamente quello che il mercato intende quando si parla di "coordinamento delle politiche fiscali dell'Eurozona". I governi europei tardano a prenderne atto, ma "stupire" i mercati su questo terreno potrebbe essere una mossa vincente per uscire dalla crisi.

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