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Danio Manfredini in CINEMA CIELO on THEATRO.TV

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Uploaded by on Jan 27, 2011

l Cielo era un cinema a luci rosse nel centro di Milano, che, con l'avvento delle videocassette hard e la nascita dei club privèe venne definitivamente chiuso. Era molto frequentato e divenne famoso perché al suo interno si consumavano incontri proibiti di ogni sorta. Manfredini confessa di aver studiato, a lungo e con rigore di antropologo, il mondo nascosto di personaggi e situazioni che gravitavano attorno a luoghi del genere; inizialmente voleva farne un dramma radiofonico, poi ha scelto il palcoscenico per dar vita a quella che definisce "un'umanità per la quale il sesso era bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d'amore".

Sul sipario chiuso viene proiettata l'immagine della facciata del cinema e, all'apertura della tenda, la platea vera, quella degli spettatori, si sdoppia ed entra in una platea fittizia, quella del cinema Cielo, popolata da personaggi "diversi", ma anche da fantocci sprofondati nelle poltroncine speculari. I quattro attori (tra cui lo stesso regista) danno vita ad una carrellata di tipi, tragici e ironici al tempo stesso: drag queens, esibizionisti, uomini menomati, cassiere isteriche, gay, coppie sposate, immigrati e giocolieri. Sullo schermo invisibile, intanto, viene proiettato un film liberamente ispirato ad un romanzo di Jean Genet del 1944, Nostra Signora dei Fiori, dove si racconta del travestito Louis, che tutti chiamano Divine, e dei suoi amanti, in particolare di quello che dà il titolo all'opera e che si rivelerà essere un assassino. Non si vedono le immagini, si sentono solo le battute, pezzi di dialogo e il rumore della pioggia che cade, mentre il film, pian piano, diventa lo sfondo sonoro degli incontri che avvengono nel cinema. Tra ciò che accade sullo schermo e ciò che si vede in sala comincia un crescente gioco di rimandi: le azioni sul palcoscenico ricalcano in modo a volte simbolico, a volte contrastante, le parole del film.

Danio Manfredini, attore, autore e regista, ma soprattutto artista visivo, chiaramente influenzato dalla pittura, ci mostra una storia dentro la marginalità, ma non ce la narra secondo i canoni della drammaturgia. Il suo non è un racconto lineare, piuttosto un insieme di simboli e suggestioni che semplicemente mette sulla scena. Non c'è un testo da rappresentare, né una sceneggiatura da seguire, i personaggi che si avvicendano sul palco non sono definiti, sono quasi delle marionette che danzano sulla scena, tutte in fuga dalla disperazione della solitudine, alla ricerca di un contatto umano che possa sembrare un surrogato d'amore.

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