"Immagini, tu?" chiede il testo di un appello delle famiglie dei migranti tunisini partiti subito dopo la rivoluzione verso l'Europa e che non hanno dato notizia del loro arrivo, "tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai (...) potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe.... Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia". Di loro non si sa nulla, nemmeno esattamente quanti siano. 250? 500? Qualcuno dice di più.
La campagna "Da una sponda all'altra: vite che contano" supporta l'appello dei familiari dei migranti tunisini dispersi. L'appello chiede che le impronte, che servono per schedare le persone e ostacolarne la libertà di movimento, vengano utilizzate in questo caso per sapere se e dove siano arrivati i loro figli partiti dalla Tunisia verso l'Italia nei primi mesi del 2011. Basterebbe, infatti, un semplice incrocio tra i database dei due paesi, su richiesta dei genitori, per ritrasformare le loro impronte in vite, o, eventualmente, in morti, di cui fare il lutto e da aggiungere all'infinito elenco delle morti di migranti nel Mediterraneo che, volute dalle politiche di controllo delle migrazioni, hanno trasformato quel mare in un cimitero marino. Basterebbe questo semplice gesto per rispettare il dolore dei familiari tunisini, dovendo riconoscere, così, almeno indirettamente e in parte, le vite di quei giovani e il loro desiderio di libertà.
In questo video, la testimonianza di Saif, il fratello di uno degli harraga dispersi, in dialogo con Hamadi Zribi.
Link to this comment:
All Comments (0)