Servizio di Silvia Tagliabue.
Gli stabilimenti della Ideal Standard di Brescia e di Gozzano (Novara) rischiano di chiudere. Questo, almeno, è quello che vuole la multinazionale americana della ...
Servizio di Silvia Tagliabue.
Gli stabilimenti della Ideal Standard di Brescia e di Gozzano (Novara) rischiano di chiudere. Questo, almeno, è quello che vuole la multinazionale americana della ceramica sanitaria, con 11 stabilimenti in Europa (di cui 5 in Italia) e 7mila dipendenti. All'inizio di luglio la direzione italiana ha inviato la lettera di procedura di cassa integrazione straordinaria per crisi per 1740 operai a partire dal 1° settembre, con 650 esuberi e, appunto, la chiusura di due stabilimenti. I sindacati interni si sono da subito opposti al piano aziendale, ricordando che è inammissibile un'iniziativa unilaterale di tale portata da parte di un'azienda che da due anni si rifiuta di presentare il piano commerciale e industriale ai lavoratori e alle loro rappresentanze sindacali.
Lo stabilimento di Brescia è in Via Milano, praticamente dentro la città. E un'azienda storica, che negli anni passati è arrivata a occupare migliaia di operai e che è sempre stata all'avanguardia nella produzione di ceramiche per i bagni. Qui a Brescia sono a rischio 130 posti di lavoro (120 + 11 interinali), perché al termine della cassa integrazione si passerà alla chiusura per cessazione di attività. Secondo gli operai la crisi c'entra poco. Sicuramente il settore della ceramica non è in salute a livello mondiale, ma qui a Brescia le commesse continuano ad esserci. E se l'azienda ha perso quote di mercato è più per la cattiva gestione di chi l'ha rilevata nel 2007, la Baincapital, a cominciare dalle esternalizzazioni della piattaforma che garantisce il servizio verso i clienti, in cui si è fatto ricorso a lavoratori stranieri senza formazione, senza diritti e con una paga da schiavi di 3,50 euro lordi l'ora.
Dai primi di luglio gli operai hanno organizzato un presidio dentro ai cancelli dello stabilimento che è durato tutta l'estate, mentre si svolgevano le trattative tra Confindustria Ceramica, Ideal Standard e le rappresentanze sindacali presso il Ministreo dello Sviluppo Economico. Il 29 luglio sembrava raggiunta un'intesa per salvaguardare l'occupazione nel polo di Brescia, garantendo il passaggio dalla produzione alla creazione di una piattaforma logistica di distribuzione su base europea dei prodotti Ideal Standard. Il 22 settembre l'azienda ha fatto marcia indietro e ha annunciato di procedere allo spegnimento del forno. Gli operai hanno immediatamente deciso di passare dal presidio all'occupazione della fabbrica. Tre turni di 40 persone, distribuite su tutto lo stabilimento per controllare l'impianto e la sicurezza del luogo. Il forno in questione non è solo l'ultimo dei tre rimasto acceso, ma è anche il simbolo dell'Ideal Standard di Brescia. Ha sempre funzionato, ininterrottamente, dal 1958. Un suo spegnimento comporterebbe il collasso della struttura in mattoni di cui è fatto, e la fine di ogni ipotesi di ripresa produttiva.
Ma veniamo a questo punto. L'RSU, nella sua trattativa con l'azienda, ha sempre sostenuto di opporsi alla chiusura dello stabilimento, ma nello stesso tempo partecipa alla definizione di un piano alternativo che compensi la cessazione dell'attività produttiva con la costituzione di un polo logistico che occupi un certo numero degli attuali 130 lavoratori. Il pregio dei macchinari, il sapere produttivo di operai altamente specializzati verrebbero ancora una volta sacrificati per far posto all'economia del terziario.
Dai tetti della Ideal Standard di Brescia si vede tutta la città. Si vede anche la torre dell'Iveco, all'uscita dell'autostrada. Cè crisi anche lì, come anche nella sua vicina, la Mac, azienda dell'indotto, le cui sorti sono intrecciate. Parlando con gli operai scopro che ancora non ci sono stati contatti tra i presidi delle tre fabbriche in crisi, che sono inserite nel tessuto cittadino al punto che, per la Ideal Standard, gli operai avanzano l'ipotesi di un interessamento immobiliare su un'area così prestigiosa. Se le RSU delle diverse fabbriche non prendono l'iniziativa di cominciare a parlarsi, toccherà agli altri operai agire di buon senso.
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