carlo vicentini alpino

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Uploaded by on May 18, 2010

Chi più, chi meno: sabato pomeriggio, al Centro Civico La Peschiera, eravamo tutti commossi, sinceramente commossi.

Le parole, a volte velate di una sottile ironia, i racconti di guerra, di prigionia, lucidi e attenti, di Carlo Vicentini ci hanno scavato dentro. E poi Nelson Cenci, un'altro emblematico sopravvissuto alla tragedia russa, così pieno d'umanità, sicuro che solo la solidarietà tra uomini potrà dare un futuro.

Una vita, da sopravvissuti, da reduci, ormai passata a testimoniare, a descrivere senza troppi filtri, gli orrori di una guerra feroce, spietata. Mal condotta fin dall'inizio, con forze in campo completamente sbilanciate. I morti ammazzati al fronte, durante gli attacchi dei russi, quelli immolati per rompere l'accerchiamento; quelli frutto della prigionia, delle privazioni, delle marce nella neve, verso il nulla, senza diritti, senza futuro. Con guardiani bambini, armati di mitra, trasformati direttamente in boia.

Uomini sacrificati, per anni abbandonai, rinnegati, dall'Italia, dagli italiani, guarda caso, dalla politica. I caduti della vicenda russa, alla fine, non si riescono nemmeno a contare: la cronica impreparazione italiana non é precisa sugli arrivi effettivi al fronte, i tabulati dei russi, volutamente, mentono sistematicamente sulle cause, sulle modalità. Una carneficina di non meno di 95.000 uomini, moltissimi, almeno un terzo, provenienti dall'Appennino.

E così, sabato pomeriggio, si é raccontata, si é rivissuta, la storia, raccolta in vari scritti, della divisione Julia, del suo sacrificio estremo, per far uscire dall'accerchiamento la Tridentina, la Cuneense; gli uomini, gli alpini, della Julia si sacrificarono, combatterono, divennero alla fine dei prigionieri, nel caos assoluto dei comandi, consci di essere l'unico strumento per far tornare a casa migliaia di altri Alpini, di altri soldati. Sapevano del loro imminente annientamento, eppure non cedettero, sapendo che gli altri alpini avrebbero fatto lo stesso per loro.

Testimonianze importanti, ancora viventi, che, unite ai numeri assoluti, fanno capire come il fronte russo fu spietato, soprattutto da parte dei comandi italiani: una tragedia umanitaria, frutto della cattiva organizzazione, della sottostima delle forze avversarie, che consegnò i soldati ad una macchina infernale, che inghiottì oltre il 50% dei prigionieri; costretti ad arrendersi per l'inefficienza dei comandi, per l'inadeguatezza degli equipaggiamenti, per la mancanza di informazioni; senza carburante, senza armi, senza munizioni; senza capi, decine di miglia di uomini si dovettero arrendere; furono spogliati di tutto, prima degli orologi che delle armi; ai morti in combattimento, agli assiderati, agli stremati, si aggiunsero quindi i morti in prigionia, quelli che non fecero mai ritorno in Italia, pur avendone diritto; si trasformarono addirittura in soggetti scomodi per una nazione che aveva appena perso una guerra, dilaniata dalle lotte politiche. In questo modo, molti di questi morti, furono uccisi due volte, seppelliti dall'indifferenza due volte.

Basti pensare che i prigionieri di guerra restituiti dagli americani, a fine conflitto, sfiorano il 99%, quelli ritornati dalla Germania furono il 91%. Dalla Russia, conplessivamente, tornarono meno del 50% dei catturati!

Da questi incontri pubblici, sempre più rari e preziosi, vista l'età degli invitati, scaturisce l'importanza di non dimenticare, di portare il giusto rispetto alle vicende umane, alle tante tragiche storie di chi ha contribuito, con il sacrifico della vita, a costruire l'Europa pacifica che conosciamo.

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