Alla base di Troppolitani c'è l'interazione fittizia e momentanea tipica dei posti super affollati: le interviste vengono chiamate "a corpo libero" poiché un corpo, apparentemente libero, si tuffa a corpo morto tra ultra corpi rigidi.
Gli intervistati, che vivono in uno spazio normale (stazioni, ippodromi, cimiteri), rispondono alle domande con la loro più schietta anormalità.
Il magnetismo sprigionato dal corpo e dalla personalità dell'intervistatore (Antonio) attrae tutti coloro che hanno qualcosa da dire o, più semplicemente, sono incuriositi da un evento interessante.
Il microfono sul dito nega la "solennità" del classico strumento erettile: il braccio diviene armatura, fasciato da cerchi come maglie di un guerriero. Le falangi, torte su se stesse, presentano alla bocca dell'intervistato il palmo aperto pronto a raccogliere invettive che scivolano lungo l'avambraccio.
Che l'interlocutore diventi protagonista ci sembra cosa ovvia; in lui splende il contenuto nella forma più semplice, non viene mai messo alla berlina anche se, in un paese che vive sullo squallore imitativo, è difficile far emergere la nostra mala fede. Mala fede è qualità, avidità da dividere con chi non ci è vicino eppur si muove.
Le domande incalzanti frantumano la concentrazione: chi si concentra presta attenzione e noi non viviamo di prestiti bensì di regali.
Ogni puntata mostra stracci di Roma in trasformazione; ogni set si addice a rappresentare la confusione, l'identità di una popolazione a tratti primitiva e, in altri momenti, miracolos amente evoluta.
Le immagini aberranti mostrano i corpi e raccontano gli ambienti: attraverso il montaggio costruiamo la storia ricreando ritmi che rendono giustizia all'astrazione. Durante le riprese la troupe si muove attorno all'evento facendone parte, spesso gli intervistati parlano fuori campo sfogandosi con i componenti dello staff.
Quando lasciamo l'intervistato al centro del quadro lo facciamo per ricordarci e ricordare qual'è la televisione. Quando spostiamo verso i margini il bencapitato lo facciamo per auspicare ed auspicarci una televisione più astratta e in altro loco.
Magnifico.
mappetto 1 month ago
Anni di giornalismo untuoso e opinione pubblica distrutti in 10 minuti. Come sempre, grazie Antonio Rezza.
marcoleblond007 4 months ago