Forse perché il vento d'inverno
da molte solitudini il fianco sospinge
con unghie di ghiaccio conficcate nella carne
- tenera, che ormai l'ora si fa tarda -
soffiando da Nord, da Sud, da Oriente e da Occidente
tra gli spiragli di una tenebra inquieta
O forse perché inverno ci raggiunge sempre
da lontano, come una perla che rotola piano
lungo un pendio nervoso di sorrisi tirati
senza perdere il suo uncino, cadendo soavemente
sulle ferite aperte, sull'anima sanguigna,
che asciuga l'acqua al sale e non pretende quiete
Forse per questo nostro andare senza tregua
con i piedi feriti, da molti venti accompagnati
verso un altrove che non è, che non sappiamo,
per poi girarci indietro e scorgerne la resa
che sempre è stata a un passo dalla schiena
come un vestito stretto in vita, corto al braccio.
Forse è così che l'ombra arranca a un metro
e noi costanti a trascinarla come un giogo
come un dolore innato sulle spalle arcuate
o nelle borse sotto gli occhi come un trucco
[che non sveliamo mai, fino alla fine...]
Implorando in segreto la spina
e indossando la maschera bella.
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