Il corpo è l'unico luogo assoluto: non può mai essere altrove, ma irrimediabilmente sempre qui. È l'unico spazio da cui non posso mai allontanarmi. Si potrebbe obiettare con il fatto che lo specchio (eterotopia assoluta) mi restituisce l'immagine, trasferendo il mio corpo altrove. Ma l'altrove che lo specchio mi restituisce è un altrove gestito dal mio corpo: ad ogni mio movimento, lo specchio risponde immediatamente e allo stesso modo. Ma prima la fotografia, poi il cinema hanno creato un altrove in cui vedere il mio corpo, finalmente fuori da me e fuori dal mio controllo.
Sconvolgente al suo apparire il cinematografo appariva come un Moloch che succhiava la vita ad esseri vivi per restituirne le ombre. Il corpo dell'attore è come in esilio da se stesso, è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore che esso produce muovendosi, per diventare soltanto un'immagine muta.
Il corpo sullo schermo cinematografico può scomporsi, svanire, cambiare dimensione. danzare, ribellarsi, morire ma è un corpo che non c'è, che non esiste più. Immobilizzato nello stesso gesto che si reitera all'infinito. A mezzo busto, in primo piano, a piano intero e così via subisce lo sguardo voyeristico del regista prima e dello spettatore poi, il quale si identifica nel corpo dell'attore. Il corpo attoriale diventa il suo doppio, cosicché ci vediamo altrove, nello schermo, in uno spazio che non è più qui né ora. E il nostro corpo là vi rimane imprigionato.
http://effettokuleshov.blogspot.com/
Link to this comment:
All Comments (0)