PIRANDELLO SENZA PIRANDELLISMI

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Uploaded by on Jan 13, 2012

Un regista cosentino che opera a Firenze: Cauteruccio;
un drammaturgo siciliano che risiede a Roma: Pirandello;
uno scrittore irlandese che vive a Parigi: Beckett;
una rappresentazione al Rendano: Sei personaggi in cerca d'autore.
Non è questa la cultura europea?

Uno, nessuno e centomila, annunciava il cartellone del Rendano e già la regia di Giancarlo Cauteruccio lasciava presagire una rilettura del
romanzo pirandelliano in chiave teatrale alquanto eterogenea e singolare. Per la verità si è troppo abusato per il maestro calabro/toscano sulla sua filiazione beckettiana, eludendo in tal modo il grande tema della sua creatività artistica e conseguenti messinscena. Lo spettacolo cui abbiamo assistito al Rendano gode di un allestimento scenografico e di un impasto tematico che non soffre di una sudditanza dal maestro franco irlandese. Il merito comunque va attribuito principalmente, anche se non esclusivamente, alla recitazione del protagonista formalizzata da Fulvio Cauteruccio, che si è rivelata puntuale, impeccabile, precisa nelle modulazioni vocaliche e nelle modalità corporee, che gli hanno fatto raggiungere una personalizzazione di Vitangelo Moscarda per lunghi tratti autonoma dallo stesso personaggio rappresentato. La posta in gioco era ardua e seducente: svincolare dalla significatività l'apparenza insignificanza dello psicodramma esistenziale del protagonista e confezionare una sinergia tra i soggetti che non diventasse monotòna e autoreferenziale. Le figure femminili che si confrontano con un uomo in crisi di identità, abilmente rappresentate da Monica Baudo e Laura
Bandelloni, ruotano intorno ad un marito e ad un potenziale amante
secondo forme stranianti, tali da correggere o alternare su registri
stilistici alternativi ciò che il protagonista lamenta, su cui impreca e per cui si dimena: Vitangelo Moscarda si contorce, danza, saltella, si
irrigidisce in un corpo divenuto involucro che ne imprigiona
progressivamente le energie e Anna Rosa e Dida sussurrano, mormorano, civettano, ingiuriano secondo ritmi e tecniche che fanno da controcanto alla voce primigenia e a volte assordante, divenendo a seconda delle circostanze, deuteragoniste, comprimarie, coreutiche, assecondando in tal modo gli altoparlanti, che a intervalli sistematici entrano in situazione per rammentare, ingiuriare, ricattare, sproloquiare, provocando rimorsi, rigurgiti di vendette, scrupoli autogiustificativi, cui neanche un tentativo catartico riesce a dare tregua. Fino a giunger a due soluzioni cui i tempi che stiamo vivendo possono dare giustificata apprensione per il nostro futuro: il suicidio e la scorciatoia edenico/naturalistica. In conclusione una domanda è d'obbligo, forse due: è ancora legittimo premettere il riferimento a Beckett quando si tratta di Cauteruccio? Ed inoltre: non è giunto il momento di citare Fulvio Cauteruccio omettendo la sua fratellanza con Giancarlo? Le risposte sono un no per la prima ed un sì per la seconda.
Giorgio Franco

http://impressionimeridiane.jimdo.com/

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