Uploaded by ddcommunication on Oct 16, 2008
BRUXELLES - L' unità dell' Europa è durata poco. A pochi giorni dalla bella prova di coraggio e tempestività del summit dell' Eurogruppo di Parigi sulla crisi finanziaria, i ventisette sono tornati a dividersi nel vertice d'autunno a Bruxelles. Niente accordo e forte tensione sul clima, ennesimo rinvio sostanziale sul Trattato di Lisbona e, soprattutto, nuove perplessità sulla crisi finanziaria che ha messo in ginocchio le borse mondiali da parte di alcuni dei dodici Paesi che non adottano l'Euro.
Tutto questo mentre le borse - dopo il rimbalzo di lunedì e l'assestamento di ieri - hanno oggi ricominciato a precipitare sull' onda dei ripetuti annunci di una possibile recessione. L'impressione è che i quindici Paesi dell' Euro e la Gran Bretagna dopo il vertice di Parigi abbiano innestato una marcia superiore rispetto a quella degli altri undici Paesi dell'Ue. Dal summit di oggi e domani al Justus Lipsius - l'austero palazzo, sede del Consiglio Ue - ci si aspettava una nuova spinta alla fiducia, ma la prima giornata conferma che invece gli europei - al di là di colpi di reni che, purtroppo, appaiono sempre più episodici - hanno una intrinseca e irrimediabile difficoltà a trovare unità e coesione, anche nei momenti difficili e drammatici come è, indubbiamente, quello che l'Europa e il mondo stanno vivendo. I paesi guida, come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna di un redivivo Gordon Brown cercano di indicare la linea e chiedono una "nuova Bretton Woods" per ridisegnare le regole e le grandi istituzioni finanziarie e un summit del G8 allargato entro l'anno. Ma al di là dei Paesi tradizionalmente europeisti, il resto della truppa europea marcia a un altro ritmo, rinnovando tutti i dubbi sulla reale possibile convivenza della babele di un' Europa a 27. I Paesi dell' est sono compatti nel chiedere una revisione tutto sommato abbastanza profonda dell' accordo sul clima, con la Polonia (recidiva...) che arriva a minacciare il veto. Più sfumata la posizione dell'Italia che non nasconde le proprie perplessità sui costi del piano e chiede una pausa di riflessione, anche se oggi il premier Silvio Berlusconi in fase negoziale ha evocato anch'egli la possibilità di un veto di Roma su una clausola del pacchetto. Del Trattato di Lisbona si parla ormai stancamente dando per scontato che non sarà possibile, come era negli auspici di qualche messe fa, arrivare a una soluzione prima delle elezioni europee della prossima primavera.
Eppure, proprio in quel Trattato l' Europa potrebbe trovare molte soluzioni ai problemi di oggi e a quelli di domani, a cominciare dalla mancanza di una guida autorevole e duratura. I colpi di reni delle Georgia - dove l'Ue è stata mediatrice efficace - e del summit di domenica scorsa sono dovuti in buona parte a una presidenza, quella francese, che ha dimostrato forza e efficacia. Le cose sarebbero andate nello stesso modo se a presiedere l'Europa fosse stata la Slovenia (presidenza precedente) o la Repubblica Ceca (presidenza del primo semestre del 2009)?. La presidenza fissa per due anni e mezzo prevista dal Trattato di Lisbona darebbe invece all'Ue quella continuità di lavoro e di gestione dei dossier che adesso manca del tutto. Eppure il Trattato di Lisbona è stato ancora oggi il convitato di pietra di un vertice dove i leader hanno pensato più ai bilanci nazionali (costo dei provvedimenti sul clima e peso di quelli per arginare la crisi finanziaria). E' giusto riflettere su questo punto perché il problema di domani sarà proprio quelli dei bilanci destinati a saltare in seguito alla crisi economica che sta arrivando dopo quella finanziaria ed agli esborsi pubblici per sanare la finanza privata. Ma in ordine sparso si va poco lontano. I Quindici Paesi dell' Euro più la Gran Bretagna hanno dimostrato di aver capito bene questa lezione. L'Europa a 27 e i nuovi entrati nell' Ue sembrano aver invece preso un'altra strada.
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