I muscoli contratti nello sforzo, il fuoco delle fucine, la salsedine che brucia la pelle.
E poi il buio, il sole accecante, il caldo asfissiante, il freddo senza riparo e il suono assordante. La noia del movimento reiterato, langheria di mansioni imposte ad intermittenza, transitorie, precarie. Il vuoto, lansia dellisolamento in un mondo di competitori, la paura.
Sottrazione del tempo, dequalificazione dellesistenza, i piedi affondano nel fango.
Scene di lavoro. Lavoratori, adolescenti destinati allo stesso destino,foto da tutto il mondo,foto dumanità indistinta, sofferente.
In posa talvolta è ordinata.
In gruppo è schierata, allineata sotto lo sguardo vigile dellautorità razionale che disciplinarmente presiede.
Nel ritratto: un sorriso ingenuo di circostanza; il fantasma che si confonde con il contesto; la stanchezza che trova sollievo ovunque il corpo si trovi.
Scene dinsperata tenerezza rappresentano lincontro fra esiliati destinato alla tristezza.
Come nella storia delleccidio di massa, la banalità del male scatenò lannullamento dellumanità delluomo fin nella singolarità in quanto nulla doveva rimanere a rappresentare una razza, questumanità è altrettanto umiliata, appiattita, schiacciata, omologata nellapparenza numerica in cui si afferma incontrastato lazzeramento dogni specificità: tecnicamente applicato dalla scienza, legalmente consentito dalla politica, materialmente realizzato dalle fluttuanti regole delleconomia.
Limpronta lasciata sulla pellicola è come il tatuaggio impresso sulla pelle dei deportati nei lager nazisti.
Segnala che lesistenza è intercambiabile, scambiabile, traslocabile, priva dogni volontà poiché è ridotta a cosa umanamente irriconoscibile.è priva dogni dimensione interiore ad eccezione di ciò che esprime la forza dellistinto legato alla semplice legge della sopravvivenza animale.
Corpi e visi induriti dunque. La fatica rappresenta la flebile luce che lobiettivo carpisce nella forma di uneternità che afferma il compimento subdolo e violento della trasformazione dellesistenza nel valore pietrificato di una sostanza.
A queste densità il tempo è una forma della retorica che larte della fotografia smaschera come il marchingegno appostato fin dal momento della nascita dalla coercizione universale che declinata, nelle differenti ideologie, ingabbia perché propugna e realizza sempre la stessa rarefazione delle qualità umane a cui si è assegnati: dal sovrano, dalla chiesa, dallo stato, dal partito, dagli accordi subdoli fra le parti nel regime falsamente democratico, dalla storia del contrattualismo liberale o dalle strategiche alleanze Stato/Chiesta/famiglia.
Matrioske. Una dentro laltra hanno perpetuato il medesimo ricatto dellobbedienza senza redenzione. Non cè nessun utile poiché Arbeit macht frei Il lavoro rende liberi ma il bisogno naturale imbrigliato dalla necessità economica rende schiavi immolati sullaltare degli idoli della civiltà, del progresso, della rivoluzione.
In questo album in cui si riconoscono somiglianza di famiglia, tutti sono soggetti proprio nel senso in cui la densità propria ad ogni individualità è ridotta alla pavloviana
prevedibilità di una reazione passiva.
Soggetti, sulla cui carne è impresso il marchio delloriginaria e fraudolenta sottrazione che è sottrazione di libertà, negazione della scelta.
Ingranaggi di un mondo bestiale. Cose.
I due versanti dei continenti della storia della persecuzione e dello sfruttamento alla fine umanamente quasi si confondono.
Due milioni di donne, uomini e bambini muoiono ogni anno in incidenti sul lavoro. Centosettanta milioni gli infortuni alcuni dei quali invalidanti condannano irrimediabilmente alla deiezione dopo che lo stato sociale è considerato un inutile orpello del passato, improduttivo, da cassare. E poi la tristezza di un mondo triste che produce per i più solo tristezza.
Fuori dalla reticenza e dalla iattura subita fin dalla nostra nascita dal debito pubblico e dalla sua fanatica relazione al PIL, fuori da ogni prospettiva di provinciale
riconquistiamo la visione sulla condizione della maggior parte.
E quella che lolocausto capitalista e la politica che si ciba dei suoi escrementi, provocano, lasciandoci sempre più soli e disarmati di fronte alla realizzazione del loro rituale cannibale attraverso il quale essi celebrano quotidianamente la loro vittoria.
ma dell'olocausto dei lavoratori che muoiono come mosche nel mondo non gli ne frega niente a nessuno ?
worker700 3 years ago 3
'Il lavoro rende liberi' è l'equivalente del 'lavoro che nobilita', che altro non è se non il condizionamento culturale alla logica dello sfruttamento, dove la morte sul lavoro è solo un incidente.
Quando poi, anche lo stato, la cosa pubblica, diventa un'azienda, vuol dire che alla logica del diritto si sostituisce quella del profitto.
Lavoro fantastico, le sue immagini sono dirette ed immediate: di una semplicità inversamente proporzionale a chi non vuol vedere.
Complimenti Giuseppe.
giancarlocontu 3 years ago 3