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Barbara Strozzi 'Sul Rodano severo' - (1/2)

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Uploaded by on Dec 28, 2009

Barbara Strozzi (1619, Venice - 1677, Padua)
'Sul Rodano severo' Lamento for Soprano, two violins and continuo
from "Cantate, ariette e duetti Op.2" (Venezia 1651)

La Vendetta
Label: ORF Edition ALTE MUSIK

Bizzarrie Armoniche

Roberta Invernizzi - soprano
Elena Russo - director,cello

http://www.bizzarriearmoniche.net

- SUL RODANO SEVERO -

Sul Rodano severo
giace tronco infelice
di Francia il gran scudiero,
e s'al corpo non lice
tornar di ossequio pieno
all'amato Parigi,
con la fredd'ombra almeno
il dolente garzon segue Luigi.
Enrico il bel, quasi annebbiato sole,
delle guance vezzose
cangiò le rose in pallide viole
e di funeste brine
macchiò l'oro del crine.
Lividi gl'occhi son, la bocca langue,
e sul latte del sen diluvia il sangue.

"Oh Dio, per qual cagione"
par che l'ombra gli dica
"sei frettoloso andato
a dichiarar un perfido, un fellone,
quel servo a te sì grato,
mentre, franzese Augusto,
di meritar procuri
il titolo di giusto?
Tu, se 'l mio fallo di castigo è degno,
ohimè, ch'insieme insieme
dell' invidia che freme
vittima mi sacrifichi allo sdegno.
Non mi chiamo innocente:
purtroppo errai, purtroppo
ho me stesso tradito
a creder all'invito
di fortuna ridente.
Non mi chiamo innocente:
grand'aura di favori
rea la memoria fece
di così stolti errori,
un nembo dell'oblio
fu la cagion del precipizio mio.
Ma che dic'io? Tu, Sire - ah, chi nol vede?
tu sol, credendo troppo alla mia fede,
m'hai fatto in regia corte
bersaglio dell'invidia e reo di morte.
Mentre al devoto collo
tu mi stendevi quel cortese braccio,
allor mi davi il crollo,
allor tu m'apprestavi il ferro e 'l laccio.
Quando meco godevi
di trastullarti in solazzevol gioco,
allor l'esca accendevi
di mine cortigiane al chiuso foco.
Quella palla volante
che percoteva il tuo col braccio mio
dovea pur dirmi, oh Dio,
mia fortuna incostante.
Quando meco gioivi
di seguir cervo fuggitivo, allora
l'animal innocente
dai cani lacerato
figurava il mio stato,
esposto ai morsi di accanita gente.
Non condanno il mio Re, no, d'altro errore
che di soverchio amore.
Di cinque marche illustri
notato era il mio nome,
ma degli emoli miei l'insidie industri
hanno di traditrice alla mia testa
data la marca sesta.
Ha l'invidia voluto
che, se colpevol sono,
escluso dal perdono
estinto ancora immantinente io cada;
col mio sangue ha saputo
de' suoi trionfi imporporar la strada.
Nella grazia del mio Re
mentre in su troppo men vo,
di venir dietro al mio pie'
la fortuna si stancò,
Onde ho provato, ahi lasso,
come dal tutto al niente è un breve passo."

Luigi, a queste note
di voce che perdon supplice chiede,
timoroso si scuote
e del morto garzon la faccia vede.
Mentre il Re col suo pianto
delle sue frette il pentimento accenna
tremò Parigi e torbidossi Senna.

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  • bellissimo,brava!!!

  • Bello e commovente!!!!!!!

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