Alert icon
We're changing our privacy policy. This stuff matters.  Learn more  Dismiss

girolamo de simone - inno di giovanni.avi

Loading...

Sign in or sign up now!
Alert icon
Upgrade to the latest Flash Player for improved playback performance. Upgrade now or more info.
289 views
Loading...
Alert icon
Sign in or sign up now!
Alert icon

Uploaded by on Nov 4, 2010

Girolamo De Simone - L'inno di Giovanni (improvvisazione sull'inno di San Giovanni, utilizzato da Guido d'Arezzo per ricavare i nomi delle note).

Ho cominciato a girovagare sulle note dell'inno di Giovanni partendo dal manoscritto gregoriano 1275/28 (Square notation, the Hymn to St. John). Si tratta della cantilena utilizzata da Guido d'Arezzo per dar nome alle note (toni/line beginnings are the origins of UT queant laxis, REsonare fibris, MIra gestorum, FAmuli tuorum, etc.), ispirata a San Giovanni Battista.
Volevo confrontarmi con la melodia /monolite posta a metà strada fra tradizione orientale (proveniente dalla Siria, e precisamente dalle melodie del monastero di San Efrem di Odessa) e occidentale (anche il famoso canto ambrosiano doveva infatti essere eseguito "alla maniera siriana").
NON si trattava propriamente di uno standard, ma di una sfida accattivante.
Questo inno mi fu insegnato all'età di undici anni da una insegnante cieca: metteva un grosso libro sulla lavagna, con note di carton stoffa, su righi in rilievo. Noi, residenti nella culla della tradizione cattolica apprendevamo, così, l'intonazione della scala di DO a partire dal gregoriano, esattamente come avveniva secoli fa: procedura rassicurante e residenziale.
Anni dopo, nello scoprire nuovamente quella che per me era la culla della melodia, occorreva un approccio lateralizzato, non convenzionale.
Non mi interessava certo la normale nozione di variazione: quella che a partire da un tema lo coniuga poi in tutte le salse. Quando mi sono occupato dei canti devozionali dedicati alle Madonne delle nostre zone, elaborando al computer, attraverso la sintesi granulare, il canto delle processioni verso la Madonna di Montevergine (processando... processioni!), mi sono reso conto che quella che contava non era la distanza diatonica, ovvero il passaggio da una nota all'altra attraverso i piccoli spostamenti da tono a tono, oppure i salti di terze o quarte. Contava, piuttosto, l'inflessione data all'intonazione. Posso affermare che la vera qualifica di questo canto è data dall'inflessione, che è una sorta di microintonazione che balla "sul tempo". Se ciò è vero, dovevo operare una sorta di trasmutazione alchemica, metafisica, appartenente alla sfera della percezione, e non a quella della tradizionale 'variazione' che giustappone note. Nè potevo avvalermi di uno stratagemma di intonazione, come ho potuto fare in altri lavori (in Scarlact, ad esempio, ho processato direttamente il suono acustico), essendo il pianoforte uno strumento a intonazione fissa e non volendo replicare quanto già fatto altrove. Allora ho giocato d'astuzia: ho sistemato la mia spinetta con differenti accordature, e cominciato a improvvisare sui 'segnaposti' determinati da alcune note fisse. Ho eliminato alcuni riferimenti armonici ricorrenti, allargando l'ottava ad una decima, ovvero passando dalla tonalità alla modalità. Poi, soltanto dopo un bel po' di esperimenti, sono tornato all'accordatura temperata. Ho vergato una decina di pagine con notazione stenografica. Infine son passato alla tastiera del pianoforte, intendendo scolpire le 'divagazioni' attorno ai segnaposti attraverso passaggi successivi, che lasciassero intravedere pian piano l'inflessione dell'originale gregoriano. Ballare sul tempo è stato fondamentale. Ho dovuto usare uno stratagemma percettivo: una variazione all'incontrario, dove il tema appare soltanto alla fine, come una sorta di rivelazione/disvelamento.

Ciò è interessante per il rapporto che si tende tra udibile e non (più) udibile. Quando si produce un evento sonoro, e questo a un certo punto cessa di esistere (rectius: quando non si produce un evento sonoro, perché è sommerso nelle inflessioni residenti della nostra memoria territoriale, cosa che avviene appunto ne L'Inno di Giovanni) o meglio si dissolve, esso talvolta lascia una traccia non udibile (rectius: presuppone una traccia benché non udibile, al di là del cerchio/territorio). Ciò amplia la nozione di campo.
Tutto ciò 'apre' ancora: ricerca delle tecniche che favoriscano questi allargamenti di 'campo' nella sfera del percetto e: rideterminazione di una definizione/immagine che li richiami. Infine: semantica e necessità di un "glossario della sottrazione".
Una tecnica: proiezione del suono nel percetto; ciò avviene più facilmente quando elementi simili sfumano l'uno nell'altro, ovvero "si confondono". Siamo indotti a percepire una permanenza, non interruzione (forse inganno?) dell'evento sonoro (suono/linea/immagine). Ne consegue che laddove non si percepisca chiaramente la variazione, lì sono all'opera nuove forze (la durata, sensazione, leggerezza deleuziane?).
Un espediente: variazioni microfoniche, per creare piccole sovversioni timbriche del medesimo strumento; false lontananze che danno certezza di un lavorio successivo alla semplice improvvisazione...


in Italia: "Neumi", Torino, Genesi 2011
in Polonia: "Autoportret" n. 35/2011

  • likes, 0 dislikes

Link to this comment:

Share to:
see all

All Comments (1)

Sign In or Sign Up now to post a comment!
  • poesia...

    

Loading...

Alert icon
0 / 00Unsaved Playlist Return to active list
    1. Your queue is empty. Add videos to your queue using this button:
      or sign in to load a different list.
    Loading...Loading...Saving...
    • Clear all videos from this list
    • Learn more