Uploaded by vienisole on Oct 31, 2009
1991- Continua il corso di Italiano, e il piccolo coro, col pretesto della lezione sui colori, si pronuncia sulla questione della bontà del ridere, proposta da Umbero Eco nel romanzo "il Nome della Rosa".
Com'è noto, Eco immagina che in un castello adibito a biblioteca di un'abazia fortificata, due monaci medievali di diverso abito, uno presbide e l'altro cieco, si contendano il destino di un libro di Aristotele in elogio alla commedia.
Il primo vuole che si possa leggerlo, perché pensa che ridere aiuti a comprendere e ad essere comprensivi: ridendo, degli altri e di sè, si può capire che quelli che sembrano difetti delle persone, dei loro atti e ragionamenti, sono invece paradossi determinati dalla coerenza e dall'armonia di leggi più grandi di loro, che reggono la società e la natura. L'altro vuole nasconderlo, perché crede che una risata può servire, sí, a sfogare i malumori dei villani -così non se la prendono con le cose sacre!-, o a mitigarne le paure trasformando il ceffo del diavolo nella faccia di un povero diavolo, anzi, di un povero cristo come loro... ma che ci si guardi bene dal lasciar ridere i dotti, perché quelli ridicolizzerebbero le verità costruite dalla tradizione, fino a far dimenticare il timor di Dio!
Nella confusione che ne segue, l'unica lanterna che illumina la scena si rovescia sui libri, e quel libro, la biblioteca, l'abazia, e l'intera cittadella finiscono in cenere! Chi ce ne dà testimonianza è un novizio dell'epoca, che per tutta la vita cercherà poi invano, in quei fatti assurdi, un qualche significato, un senso magari nascosto tra le parole di una pagina salvata dal fuoco; lasciandoci infine solo un frammento di una riga, dove sta scritto qualcosa su qualcosa che ci sfugge in merito al nome di una rosa.....
Ebbene, anche qui, in quest'operetta di un minuto e mezzo, c'è un "castello" con due marionette. Noi, guardando dal televisore, vediamo la scena (sapremo poi) dal cielo dipinto sul fondale del loro palcoscenico. Davanti alle quinte del castello di marionette, le sagome inerti di due personaggi attendono di essere mosse. Vedremo poi che si tratta (anche qui?) di un Pulcinella e di un Arlecchino - le due grandi maschere, cosí diverse ma cosí simili, della commedia dell'arte italiana. Più in là, oltre il sipario già aperto, da un portico che dà sulla piazza antistante (in realtà un altro palcoscenico) sbucheranno correndo, ma senza spingere, delle ragazzine in festa: oggi niente scuola, le portano a teatro - dev'essere carnevale, e loro si prendono ogni licenza permessa, come sedersi per terra in quella platea all'aperto senza sedie!
Se lo meritano di divertirsi, perché sanno far proprie le parole dell'insegnante e interagire educatamente con gli attori! Infatti, con aria timida ma saccente, al trovarsi di fronte la brutta smorfia di dolore, stampata sul volto di Pulcinella da tutte le bastonate che si è preso e che non restituirà mai abbastanza, hanno pronta la risposta giusta che previene ogni turbamento: "è una smorfia di comicità". E per frenare l'agitazione di Arlecchino porgono, garbate, la domanda che si fa ai bimbi vivaci che fanno gli "stupidini" perché non sciupino il vestitino e non si facciano male: "che cos'hai che non stai mai fermo?".
Ma quando la prospettiva si rovescia, e noi ci immedesimiamo in loro che, sedute per terra, vedono Pulcinella e Arlecchino occupare lo schermo e stagliarsi contro il cielo, allora, con noi, devono aprire le orecchie. e sgranare gli occhi! Perché, invece dello straordinario repertorio di storie e favole annunciato, tutto quel che le marionette hanno da dire è.. di che colore è il loro vestito!!
Ci si era fatti assorbire da quella maschera nera che stravolge il viso di Pulcinella (quella di tutti noi quando non sappiamo più se ridere o piangere...), ma quando Pulcinella canta, a catturare l'attenzione è lo splendore del suo vestito bianco, che sembra riflettere tutta la luce degli sguardi incantati del coro! Tutti allora a preoccuparsi del vestito di Arlecchino - la tradizione racconta che all'inizio era bianco, ma che a furia di agitarsi invano sulla scena si è logorato e si è dovuto coprirlo di pezze; anzi, si dice pure che fu la gente del villaggio a fargliene di tutti i colori, e ad appiccicargliele, una ciascuno, per scherno e punizione! Ma, nel cuore di Arlecchino, quelle non sono piú pezze: sono proprio i colori del suo vestito! Solo che il bianco ora è scomposto nei colori dell'iride, e, in piú, è come se i cattivi umori di tutte quelle solitudini incollate agli schermi, riciclati dal suo cuore, ritornino a ciascuna di loro riempiendola di buonumore!
Insomma, a stare a sentire Lucia e Cristina, basta ricordare che sotto ogni maschera si nascondono un viso e un cuore, e allora, quando si ride, non sarà piú di scherno! Allora, scoprendo che le marionette sono vive, non si saprà piú far altro che ridere di ammirazione!
Mah! Chissà che ne dirà Umberto Eco!
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@oOfragolettaOo I solisti sono Pulcinella e Arlecchino! La voce di Pulcinella è di Lucia Mele, la voce di Arlecchino è di Cristina Quarta. Il loro posto non è in platea, e quindi non le puoi vedere!
vienisole 7 months ago
Questo me l'ero perso :))) Bello :))) Ma nn si capisce chi è la solista???
oOfragolettaOo 7 months ago