Nella risoluzione della presidenza del Cc del Pcus (31 ottobre 1956, verbale "assolutamente segreto", N. P49/69), quella che dà il via all'attacco armato contro l'Ungheria, si discute di un telegramma di Togliatti al Politbjurò. Il testo del telegramma, a Mosca non è stato possibile rinvenirlo -- magari i depositari degli archivi italiani del Pci potrebbero finalmente farcelo conoscere -, tuttavia, la risposta dei sovietici fa capire perfettamente quale fosse il tenore del messaggio del segretario del Pci: intervenite subito con le armi, altrimenti per noi comunisti è la fine.
Togliatti, insomma, appoggiando la linea dura degli stalinisti ed isolando i trattativisti Mikojan e Krusciov, nonché Gomulka e Tito, ostili alla soluzione militare, chiese l'azione di forza.
Secondo Togliatti e gli altri stalinisti, le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin al XX congresso (14-25 febbraio 1956) avevano innescato le rivolte popolari, prima in Polonia (Poznan, 25-28 giugno 1956, dove gli operai in sciopero furono repressi a fucilate, con oltre 50 morti); quindi, quella magiara del 23 ottobre 1956.
Il telegramma fu scritto in concomitanza con la notizia (30 ottobre), che il premier ungherese, Imre Nagy, intendeva tornare alla democrazia pluralista.
Ecco il testo della risposta dei vertici del Pcus a Togliatti:
«Siamo con Lei nell'analisi della situazione ungherese e nel giudizio, secondo cui il governo magiaro sta imboccando una direzione reazionaria. Secondo le nostre informazioni, Nagy fa il doppio gioco e si trova sempre più sotto l'influsso delle forze reazionarie. Sono infondate le Sue amichevoli preoccupazioni riguardo l'eventualità che nel nostro partito possa indebolirsi l'unità della direzione collettiva. Con assoluta consapevolezza possiamo assicurarLe che, anche tra le complesse e difficili congiunture internazionali, la nostra direzione collettiva interpreta unitariamente la situazione e prende all'unanimità le decisioni necessarie».
Del resto, quale fosse la posizione di Togliatti, lo si evince facilmente sia dal commento dopo l'invasione del 4 novembre («Noi avremmo dovuto criticare i sovietici, se non fossero intervenuti»), sia dal suo appoggio incondizionato alla condanna esemplare di Nagy, che, infatti, per la soddisfazione di Togliatti, fu impiccato (16 giugno 1958).
Il leader del Pci fu accontentato anche sui tempi, avendo chiesto di non far coincidere le esecuzioni con le elezioni politiche italiane (25 maggio 1956).
L'anno dopo, Togliatti si macchierà di un altro delitto: nel novembre 1957, il filosofo György Lukàcs, uno dei mostri sacri dell'intelligencija comunista, chiede aiuto ad amici italiani, perchè spingano il Pci ad un intervento umanitario a favore di scrittori magiari condannati a pesanti pene detentive.
Togliatti, subito informato, corre da Jànos Kàdàr, nuovo dittatore ungherese, non per aiutare gli intellettuali in galera, ma per denunciare Lukacs come delatore controrivoluzionario. Giancarlo Lehner www.isses.it (articolo pubblicato su IL GIORNALE del 27 ottobre 2006, pag. 14)
"«Viva l'Armata Rossa», concluse nel suo intervento Giuliano Pajetta urlando contro il liberale Gaetano Martino, il Ministro degli Esteri del governo di Antonio Segni. «Noi non possiamo ignorare la funzione dell'esercito sovietico liberatore» disse Pajetta in modo provocatorio, accendendo le proteste di democristiani, liberali e della destra della Camera italiana. Scoppiò un tumulto.
La sera dei 6 novembre avvicinai Togliatti alla Camera. Di malavoglia egli mi disse, irritato: «È tutta colpa di quegli agitatori qualunquisti del Circolo Petöfi di Pest e dell'influenza esercitata dal filosofo Georgy Lukacs, comunista per modo di dire», sibilò con astio. «Lo rimanderemo a scrivere i suoi libri a Vienna, come ha fatto per tanto tempo» aggiunse. Ci incamminiamo lentamente verso la buvette di Montecitorio. «Per Nagy tira ormai un'aria funesta». Togliatti parlò con sicurezza distaccata.
Da Budapest, il corrispondente dell'Unità, Orfeo Vangelisti, trasmetteva in quei giorni che «gruppi di facinorosi, seguendo evidentemente un piano accuratamente studiato, hanno attaccato la sede della radio e del Parlamento. Gruppi di provocatori in camion hanno lanciato slogan antisovietici apertamente incitando a un'azione controrivoluzionaria. In piazza Stalin, i manifestanti hanno tentato di abbattere la statua di Stalin». Il grande moto ungherese veniva così ridotto e manipolato dall'organo di stampa del Pci.
« Da una parte della barricata a difesa dei socialismo» sul quale si scriveva: «I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista ha difeso con le armi se stessa, com'è suo diritto sacrosanto. Guai se così non fosse». Da Mosca arriva una dichiarazione attribuita a Krusciov che inveisce contro i disordini: «A komunistse tam rezhut» («In Ungheria scannano i comunisti»).
Il Timone, Anno VII - Gennaio 2006
a morte le dittature !!!!
Stalin era come Hitler....
andrerockmetal 2 years ago 4