I "Bagni Pubblici" di Via Agliè, Crocevia di culture a Torino
cinepla -
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- 1 month ago
Da un servizio di Francesco Gaeta:
Fonte:
http://convention2009.consorzi ocgm.it/?p=280
I Bagni di Torino? Un ponte di culture tra continenti
Cerignola. Così a Torino si chiama il mercato del quartiere Barriera di Milano. Perché battezzare con un paesino pugliese bancarelle che distano un paio di chilometri da Palazzo Carignano? Perché tra queste strade, negli anni 50, frotte di meridionali portarono casa e famiglia, attratti dal miraggio industriale di mamma-Fiat. Oggi il quartiere scoppia. Fa 65 mila abitanti e ha una concentrazione abitativa tripla rispetto al resto della città. Dopo i terroni e il declino del Lingotto, a caccia di sogni tra queste case sono arrivati nigeriani, maghrebini, egiziani: nel rione sono 12 mila. Per verificarlo basta fare due passi tra le bancarelle, aperte sei giorni su sette come pezzi di una insonne piccola city della verdura e delle carni. Alla prima ondata è seguita la seconda, il quartiere ha mescolato pomodori sottolio e zenzero, Acqua di Giò e incenso indiano. Ha mutato pelle, colori, accenti. Come San Salvario, come Porta Palazzo, Barriera di Milano è diventato un incubatore dellintegrazione e del conflitto. Uno di quei laboratori sociali dove studiare a cielo aperto cosa vuol dire società multietnica. Cosa significa fare cooperazione sociale di frontiera.
Il posto da cui cominciare, mi spiega Erika Mattarella, cooperativa Liberi Tutti, sono i vecchi Bagni pubblici di via Agliè 6. Stabile anni Cinquanta,una quarantina di rettangoli con doccia, cessi alla turca e servizio asciugamani. Quando Erika e i suoi amici se ne presero carico qualche anno fa, erano chiusi. Reperto industriale di unera sepolta, quella della case da ballatoio e dei cessi comuni allaperto, quando fare una doccia era lusso da giorno di festa, con il bollito e il bagnet vert. Oggi i Bagni sono puliti ed efficienti. Ma al secondo piano, in una sera di festa, scansando ragazzi accaldati e signore bene, piatti di acciughe e bicchieri di vino, ci si accorge che accanto ai bagni veri ve ne sono altri, intonacati come una galleria darte. I vecchi cessi dei terroni, una parte almeno, sono diventati spazio espositivo multietnico: stasera fotografie italiana e quadri dal Congo. Vernissage ultrachic, tele posate tra vasche da bagno e illuminate da luci che sembrano microfoni di doccia. Un restyling di luoghi e linguaggi. Qui veniva a lavarsi mio zio. Oggi ho qui il mio atelier urla Toni China (nome darte), pittore di strada di padre calabrese e madre siciliana, mentre da qualche altra parte un gruppo africano da il via alle danze sparando decibel dagli amplificatori.
Mettiamo un po dordine. I vecchi bagni sono stati lustrati e funzionano ancora, non più per i meridionali ma per gli immigrati del quartiere. Non solo. Grazie alla cooperativa Liberi tutti, via Agliè 6 da luogo della memoria diventato crocicchio dincontro. Mostre, feste settimanali, gare di cucina etnica. Una stagione di eventi che va sotto il nome di Intrecci di culture. Isola di allegria multietnica donata a un luogo morto. In un quartiere che di troppa vita compressa potrebbe scoppiare.
Fonte:
http://convention2009.consorzi ocgm.it/?p=280
I Bagni di Torino? Un ponte di culture tra continenti
Cerignola. Così a Torino si chiama il mercato del quartiere Barriera di Milano. Perché battezzare con un paesino pugliese bancarelle che distano un paio di chilometri da Palazzo Carignano? Perché tra queste strade, negli anni 50, frotte di meridionali portarono casa e famiglia, attratti dal miraggio industriale di mamma-Fiat. Oggi il quartiere scoppia. Fa 65 mila abitanti e ha una concentrazione abitativa tripla rispetto al resto della città. Dopo i terroni e il declino del Lingotto, a caccia di sogni tra queste case sono arrivati nigeriani, maghrebini, egiziani: nel rione sono 12 mila. Per verificarlo basta fare due passi tra le bancarelle, aperte sei giorni su sette come pezzi di una insonne piccola city della verdura e delle carni. Alla prima ondata è seguita la seconda, il quartiere ha mescolato pomodori sottolio e zenzero, Acqua di Giò e incenso indiano. Ha mutato pelle, colori, accenti. Come San Salvario, come Porta Palazzo, Barriera di Milano è diventato un incubatore dellintegrazione e del conflitto. Uno di quei laboratori sociali dove studiare a cielo aperto cosa vuol dire società multietnica. Cosa significa fare cooperazione sociale di frontiera.
Il posto da cui cominciare, mi spiega Erika Mattarella, cooperativa Liberi Tutti, sono i vecchi Bagni pubblici di via Agliè 6. Stabile anni Cinquanta,una quarantina di rettangoli con doccia, cessi alla turca e servizio asciugamani. Quando Erika e i suoi amici se ne presero carico qualche anno fa, erano chiusi. Reperto industriale di unera sepolta, quella della case da ballatoio e dei cessi comuni allaperto, quando fare una doccia era lusso da giorno di festa, con il bollito e il bagnet vert. Oggi i Bagni sono puliti ed efficienti. Ma al secondo piano, in una sera di festa, scansando ragazzi accaldati e signore bene, piatti di acciughe e bicchieri di vino, ci si accorge che accanto ai bagni veri ve ne sono altri, intonacati come una galleria darte. I vecchi cessi dei terroni, una parte almeno, sono diventati spazio espositivo multietnico: stasera fotografie italiana e quadri dal Congo. Vernissage ultrachic, tele posate tra vasche da bagno e illuminate da luci che sembrano microfoni di doccia. Un restyling di luoghi e linguaggi. Qui veniva a lavarsi mio zio. Oggi ho qui il mio atelier urla Toni China (nome darte), pittore di strada di padre calabrese e madre siciliana, mentre da qualche altra parte un gruppo africano da il via alle danze sparando decibel dagli amplificatori.
Mettiamo un po dordine. I vecchi bagni sono stati lustrati e funzionano ancora, non più per i meridionali ma per gli immigrati del quartiere. Non solo. Grazie alla cooperativa Liberi tutti, via Agliè 6 da luogo della memoria diventato crocicchio dincontro. Mostre, feste settimanali, gare di cucina etnica. Una stagione di eventi che va sotto il nome di Intrecci di culture. Isola di allegria multietnica donata a un luogo morto. In un quartiere che di troppa vita compressa potrebbe scoppiare.
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